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I
regali dello Stato alla raffineria dei Moratti.
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Sul mare di Sarroch, 25 chilometri da Cagliari, costa sud-Orientale della
Sardegna, si leva la più grande raffineria di petrolio del Mediterraneo.
Quindici milioni di tonnellate di greggio lavorate ogni anno (300 mila barili al
giorno), pari a un quarto della capacità di raffinazione italiana. Una grande
mammella in cui pompano petrolio e succhiano carburanti clienti come "Shell",
"Repsol", "Total", "Eni", "Q8", "Tamoil".
è un gioiello industriale di proprietà dei Moratti. è il cuore della "Saras",
l' azienda di famiglia. Ma, negli ultimi dieci anni, il denaro che lo ha reso
tale è uscito dalle casse dello Stato.
Circa 200 milioni di euro elargiti a fondo perduto, attraverso tre
"Contratti di programma" cui hanno messo la firma i presidenti che
si sono succeduti nel tempo alla guida del Cipe (il Comitato interministeriale
per la programmazione economica). Nomi importanti del centrodestra e del
centrosinistra (Giancarlo Pagliarini, Carlo Azeglio Ciampi, Vincenzo Visco,
Mario Baldassari, Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti), specchio del rapporto
bipartisan con la politica della famiglia Moratti. Ai Moratti, quei 200
milioni di euro sono costati un nulla in termini finanziari. E, soprattutto,
hanno reso bene. Perché, una volta rinnovati gli impianti, la famiglia ha
potuto affacciarsi in Borsa quotando una "Saras" tirata a lustro e
dunque fare cassa. Oltre due miliardi di euro. Di cui un miliardo e 700 milioni
percepiti da Massimo e Gian Marco Moratti e soltanto 360 milioni (frutto di un
aumento di capitale) messi a disposizione del gruppo.
I "Contratti di programma" sono una leva di politica economica per
incentivare le imprese a realizzare progetti strategici in aree depresse in
periodi di transizione e il loro valore viene per lo più misurato nella
creazione di nuovi posti di lavoro. Tra il 1995 e il 2004, la "Saras",
caso pressoché unico tra le aziende che ne hanno beneficiato, di contratti di
programma ne firma tre. Uno dietro l' altro. "Saras I", "Saras
II", "Saras III". Sulla carta, interessano solo in parte gli
investimenti industriali nella raffineria (attività estranea, del resto, allo
spirito dei contratti di programma). Ma soltanto sulla carta. Nel dettaglio, i
tre accordi hanno una struttura simile. Una parte riguarda appunto gli
investimenti industriali nello stabilimento di Sarroch, l' altra investimenti
collaterali in progetti di ricerca. Ad oggi, dei tre contratti stipulati, solo
il "Saras I" si è chiuso, mentre gli altri due devono ancora essere
sottoposti alla verifica finale del raggiungimento degli obiettivi. Un passaggio
che consente al gruppo di approvare un bilancio in cui i finanziamenti pubblici
vengono trasformati dalla voce debiti verso lo Stato in quella di sovvenzioni a
fondo perduto. Ecco dunque cosa è accaduto.
Il "Saras I" Il piano viene presentato nel 1992 e, accanto agli
interventi in raffineria, prevede iniziative nel settore dell' ecologia marina e
agro-alimentare. Nel 1994, però, "Saras" presenta un aggiornamento.
Viene scorporata una parte degli investimenti industriali, che verranno
sviluppati in "project finance", per costruire all' interno della
raffineria di Sarroch un impianto di rigassificazione con cui l' azienda si dota
di una centrale elettrica - la "Sarlux" - che le consente di accedere
all' accordo Cip 6.
E dunque di cedere, al Gestore della Rete, l' energia elettrica prodotta con
gli scarti della raffinazione (curiosamente considerati assimilate a "fonti
rinnovabili") a una tariffa che, nel 2006, è il doppio di quella standard:
136 euro a Megawattora contro una media di 75 (l' accordo, giudicato da più
parti scandaloso, è in vigore fino a gennaio 2021, pur assicurando il
recupero degli investimenti in soli cinque-sette anni). La seconda parte del
"Saras I", invece, cambia radicalmente. Si punta alla creazione di un
"Centro Ricerche Associato" (Cra) su progetti ambientali e iniziative
nelle biotecnologie. Gli investimenti previsti sono di 252 milioni di euro. Di
questi, 209, pari all' 83% del totale, sono destinati alla raffineria con un
contributo pubblico di 58 milioni (il 66% dei fondi assegnati al contratto) e i
restanti 42 sono per le altre iniziative. Ma quasi tutti a carico dello Stato,
che mette a disposizione altri 30 milioni di euro. La verifica e chiusura del
contratto, fissata per il 31 dicembre 1999, slitta curiosamente al 10 febbraio
2001. I verbali della commissione di accertamento finale sulla realizzazione del
contratto affermano che i risultati sono stati in linea con gli obiettivi
fissati. Era prevista la creazione di 277 posti di lavoro e si è arrivati a 282
(ma non è chiaro se vengano o meno conteggiati i lavoratori reintegrati dalla
mobilità).
A ben vedere, però, è difficile parlare di un successo, come sottolinea la
stessa relazione dell' Unità di valutazione degli investimenti pubblici del
Dipartimento Sviluppo Economico (Mise). La spesa pubblica media per ogni
occupato è stata di 312 mila euro, quasi il doppio rispetto agli altri
contratti di programma chiusi nello stesso periodo e nessun nuovo progetto,
estraneo alla raffineria, è sopravvissuto a lungo dopo la conclusione del
contratto. Le iniziative nelle biotecnologie sono bocciate dallo stesso
verbale della commissione, mentre il "Progetto Ambiente" si esaurisce
velocemente.
Alcuni occupati finiscono nella società "Saras Ricerche". Altri
cercano di avviare una cooperativa (la "Talos"), cessata già nel
2001, e altri ancora sono riassorbiti dalla "Battelle", la
multinazionale americana, partner tecnico di Saras nell' iniziativa. Anche la
"Sartec", società nata insieme al contratto, viene ridimensionata e
si salva solo grazie alla sua conversione nella fornitura di servizi per la
capogruppo Saras. Sorte simile tocca anche al "Centro Ricerche
Associato", che evita la chiusura confluendo parzialmente in "Saras
Ricerche", senza aver mai prodotto un solo nuovo brevetto.
Il "Saras II" è a partire però dal secondo contratto di programma
che si nota meglio come la raccolta di investimenti pubblici sia funzionale
soltanto all' ottenimento delle agevolazioni per l' ammodernamento della
raffineria. Gli investimenti industriali diventano ancora più pesanti e per
essere compensati con un' adeguata creazione di posti di lavoro, la Saras
sceglie di affiancarli questa volta con servizi per l' informatica (Information
& Communication Technology), attività tradizionalmente caratterizzate da un
forte impatto occupazionale. Peccato che il fallimento di questa parte dell'
iniziativa arrivi addirittura prima della conclusione del contratto. A
Macchiareddu (Assemini, Cagliari) doveva nascere la "Città dell'
Innovazione", un polo distrettuale attivo in settori ad alto contenuto
tecnologico. Per ogni iniziativa era prevista la costituzione di una nuova
società, partecipata sempre dal gruppo Saras attraverso una holding ("Atlantis")
e, in ragione dei diversi filoni di investimento, da un partner tecnico. Tra
questi, la società "Il Sestante" e "Bnl Multiservizi",
dell' omonimo gruppo bancario. Nulla di tutto ciò accadrà.
Il Contratto "Saras II" viene approvato il 26 giugno 1997 e
inizialmente prevede per la raffineria lavori per 185 milioni, il 54% dei quali
a carico dello Stato, con la creazione di 50 posti di lavoro. La "Città
dell' Innovazione", invece, ha un costo complessivo di 57 milioni di euro,
(il 66% in agevolazione pubblica), con un obbiettivo di 196 posti di lavoro.
Mentre gli investimenti industriali giungono a termine nel 2002, la "Città
dell' Innovazione" nasce già morta. I contrasti tra i soci e l'
inadeguatezza scientifica dei partner portano a un ridimensionamento dell'
iniziativa, che trova conferma nella riscrittura del contratto il 3 maggio 2001.
Gli investimenti per la "Città dell' Innovazione" scendono da 57 a 34
milioni di euro con l' inspiegabile crescita in percentuale dell' agevolazione
pubblica e dell' occupazione (che sale da 196 a 250 unità). "Saras"
approfitta della rinegoziazione per aumentare anche gli investimenti per la
raffineria a 220 milioni di euro, con un contributo pubblico che cresce da 101 a
112 milioni, a fronte di una nuova occupazione di 75 unità contro le 50
originarie. Manca ancora la verifica finale del Contratto (per la messa in
liquidazione di "Atlantis" e il subentro nelle attività di un nuovo
soggetto, la "Saras Lab").
Ma i numeri evidenziano ancora una volta come la raffineria sia l' unico
interesse per la "Saras". E come il secondo filone degli investimenti
sia solo servito per diluire il costo affrontato dallo Stato per creare posti di
lavoro. Su una spesa totale di 254 milioni di euro, ben l' 87% è stato
destinato all' impianto di Sarroch, come del resto è finito alla raffineria l'
82% delle agevolazioni pubbliche (112 milioni su totale di 137 milioni). Gli
investimenti in raffineria (111 milioni di euro) hanno creato 75 posti di lavoro
per un costo unitario a carico del pubblico di 1,5 milioni di euro. Un' enormità
se confrontato con la media di 109 mila euro per posto di lavoro dei 10
contratti di Programma siglati dal Cipe tra il '92 e il '99. Né il dato è
destinato a diventare lusinghiero se anche in sede di verifica dovesse essere
riconosciuto al "Saras II" la creazione di 250 posti di lavoro.
Perché, anche in questo caso, il costo per ogni nuova unità di lavoro sarà
di 421 mila euro, il quadruplo della media degli altri contratti di programma. Curioso
anche il destino delle attività di Information Tecnology. La holding "Atlantis"
finisce in mano ai soci de "Il Sestante", mentre tutte le altre
attività non liquidate passano o sotto "Saras Lab" o sotto "Akhela",
la società del gruppo "Saras" che ha raccolto l' eredità di tutte le
controllate dal secondo al terzo Contratto di Programma.
Il "Saras III" Nel terzo contratto di programma, gli investimenti in
raffineria sono controbilanciati ancora una volta da iniziative ad alta intensità
di lavoro, come la creazione di un call center, tra l' altro mai avviato. Si
ripropone la scommessa sull' Information & Communication Technology (Ict).
E, per questo, vengono rianimate società già finanziate nei passati contratti
come "Saras Ricerche", "Sartec" e "Saras Lab". Il
Contratto viene siglato il 10 giugno 2002. Prevede investimenti in raffineria
per 92 milioni di euro (41,55 di sovvenzione pubblica) con la creazione di 22
nuovi posti di lavoro e investimenti nell' Ict per 23,4 milioni (10,34 a carico
dello Stato) con una stima di 313 nuovi occupati entro il 2003. Mentre gli
investimenti in raffineria vengono portati a termine nel 2004, con la proroga di
un anno rispetto alla previsione, le altre iniziative, come nel "Saras II",
sollecitano i Moratti a rinegoziare il contratto «per intervenute turbative nel
mercato del settore», compromettendo anche i finanziamenti industriali. Nel
dicembre 2004, il Cipe firma il nuovo accordo. Il termine per gli investimenti
è fissato a dicembre 2005, ma gli aiuti pubblici per la raffineria, a parità
di posti occupati, scendono da 41,55 a 27,5 milioni, mentre quelli nell'
Information technology da 10,3 a 2,9 milioni e i nuovi posti di lavoro da 313 a
soli 55. Non è ancora stata redatta la verifica finale, ma come annota l' Unità
di valutazione degli investimenti pubblici, si tratta di un nuovo fallimento. Su
85,91 milioni di investimenti, il 92% sono stati destinati alla raffineria, così
come il 90% delle agevolazioni (27,5 milioni su un totale di 30,4). Ogni
nuovo lavoratore della raffineria è costato allo Stato 1,25 milioni di euro,
una media assolutamente al di fuori dei parametri di altri contratti di
programma, controbilanciata solo in parte dai nuovi posti creati nell'
Information technology.
Nel complesso, i posti di lavoro del terzo contratto Saras sono costati alle
casse dello Stato 405 mila euro l' uno. "Saras I", "II"
e "III". Tiriamo le somme. è evidente come il "business"
tra lo Stato e i Moratti sia stato non solo sbilanciato, ma di gran lunga
ripagato dai contributi pubblici. Con i tre contratti, Saras realizza
investimenti in raffineria per 508 milioni di euro, per i quali ne riceve dallo
Stato 197,17. Nelle attività collaterali, invece (che non avrebbe mai fatto),
la società della famiglia Moratti investe complessivamente 83,8 milioni,
ricevendone contemporaneamente 58,2 in agevolazione. Il che vuol dire, una spesa
netta di 25,6 milioni di euro. Ora, non è difficile capire come 25,6 milioni di
euro possano ben valere una contropartita a fondo perduto di 197,17 milioni di
euro (un finanziamento come questo, sul mercato, oltre a prevedere il rimborso
del capitale, costerebbe circa il 5-6% l' anno in interessi). Né evidentemente
è di conforto sapere che il "gioco" è costato allo Stato tra i
400 mila e il milione di euro per ogni nuovo lavoratore "creato" dai
Moratti.
Carlo Bonini e Walter Galbiati ("La Repubblica")
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